lunedì 19 maggio 2014

Intervista: A tu per tu con Rebecca Domino

Come vi avevo annunciato pochi giorni fa, oggi sono usciti i due libri di Rebecca e Sofia Domino, due autrici italiane di grande talento, a mio parere, che ancora una volta si sono impegnate in due opere di denuncia e riflessione su temi scottanti della nostra società.
Da gran curiosa come sono, ho voluto fare quattro chiacchiere con queste due ragazze e porre loro qualche domanda. Quindi oggi vi pubblicherò l'intervista di Rebecca Domino e domani quella di Sofia Domino. Prima però di andare a conoscere meglio Rebecca, vi ricordo il suo romanzo in uscita, assolutamente GRATUITO!

"Fino all'ultimo Respiro"

SCHEDA LIBRO:

Autrice: Rebecca Domino
Titolo: "Fino all'Ultimo Respiro"
Pag.: 290
Data Pubblicazione: 19 Maggio 2014

prezzo: GRATUITO.
Se vuoi leggere il romanzo, manda una mail a rebeccaromanzo@yahoo.it, l'autrice te lo invierà volentieri. Rebecca Domino incoraggia i suoi lettori a fare una donazione libera e sicura sulla sua pagina raccolta fondi di Justgiving.com, per l'ente benefico "Teenage Cancer Trust".






LA TRAMA:

Allyson Boyd è una diciassettenne come tante, nata e cresciuta ad Avoch, piccolo paesino scozzese. Un giorno deve andare a portare dei compiti a una ragazza della sua stessa scuola, Coleen Hameldon, e la sua vita cambia per sempre. Perché lei e Coleen diventeranno migliori amiche. E perché Coleen sta lottando da due anni e mezzo contro la leucemia. Nella vita di Allyson entrano parole come chemioterapia, effetti collaterali, trapianto di midollo osseo, ma Coleen non vuole compassione. Vuole solamente una vita normale; una vita fatta di risate, scherzi, esperienze, viaggi, musica, chiacchiere e confidenze, fino a quando non sarà costretta a prendere una decisione che cambierà la sua vita, quella di Allyson e delle altre persone che le vogliono bene. 
È possibile non avere paura della morte? Ed è possibile insegnare a vivere?
Una storia sulla speranza, un inno alla vita. Un romanzo che ci ricorda il coraggio quotidiano di tutti gli adolescenti che lottano contro il cancro e quello degli amici al loro fianco.

Intervista:

1-  Prima il tema dell’olocausto, ora un altro tema “impegnato”. Eppure di fondo, anche se non ho ancora letto questo romanzo (ma lo farò presto) il messaggio mi sembra chiaro. Tu esalti l’amicizia e la voglia di vivere, anche quando si avrebbero tutte le ragioni per fare il contrario. Perché tra tanti temi proprio questi due?

L’idea per scrivere “Fino all’ultimo respiro” è nata improvvisamente, inaspettatamente, e all’inizio avevo dei dubbi al riguardo. Temevo che, per fare le ricerche necessarie alla stesura del romanzo, avrei dovuto passare ore a leggere, ascoltare e guardare testimonianze di adolescenti con il cancro e che, di conseguenza, mi sarei ritrovata di fronte a storie di morte, dolore, angoscia, tristezza e paura e, nonostante molti di questi punti facciano parte delle storie di questi ragazzi (com’è normale che sia, data la situazione) quello che non mi aspettavo di trovare erano i sorrisi, l’ottimismo, il coraggio, la forza e l’amore per la vita che caratterizzano, in maniera diversa (come diversa è ogni persona) le storie degli adolescenti che vivono con il cancro. Sì, il mio romanzo parla della vita, perché è quello che ho trovato nelle storie di quegli adolescenti. Amore per la vita in generale e per l’attimo presente in particolare. Quando si parla di cancro, si pensa subito alla morte, ma molte persone guariscono e vivono delle vite lunghe, felici e “normali”. Eppure, non è su questo punto che mi sono voluta concentrare nel romanzo. Per fortuna non ho mai avuto il cancro, non ho mai avuto alcuna malattia grave e sinceramente non so come reagirei se mi fosse diagnosticato un tumore o se fosse successo dieci – dodici anni fa. Sono rimasta a bocca aperta di fronte alle storie di ragazze e ragazzi che nonostante le chemio (e gli effetti collaterali), le radiazioni, le operazioni sono riusciti a tenere alta la speranza e spesso si sono mobilitati per aiutare, in piccolo o in grande, gli altri nella stessa situazione. Un esempio eclatante è quello di Stephen Sutton; in questi giorni in Inghilterra ne hanno parlato moltissimo, mentre qui in Italia, come al solito, la sua storia non ha ottenuto l’attenzione che merita. Per chi non ne avesse sentito parlare, vi racconto la storia in breve: Stephen ha diciannove anni e da due il suo cancro è ritenuto incurabile. Non si è arreso; nonostante la malattia terminale si è dato da fare per portare gioia e ottimismo nella persone e per raccogliere fondi per Teenage Cancer Trust.
Ma non è tutto: ad aprile di quest’anno Stephen ha postato quella che credeva essere la sua ultima foto, con i pollici rigorosamente alzati, segno di positività e coraggio, a pochi giorni, forse a poche ore dalla morte. Come, mi sono chiesta, come si fa ad avere così tanto ottimismo e amore per la vita quando si è in punto di morte? Stephen non è morto, dopo aver “tossito un tumore” e dopo un’operazione, sta meglio ed è stato dimesso. La sua situazione è ancora critica e penso che la sua malattia sia ancora considerata incurabile ma la sua storia di coraggio e amore per la vita ha mobilitato mezzo mondo e Stephen ha raccolto oltre tre milioni per Teenage Cancer Trust e, allo stesso tempo, ha fatto capire alle persone cosa conta davvero e come possiamo utilizzare le nostre giornate per fare qualcosa di buono per gli altri e per il mondo in cui viviamo. Questi, secondo me, sono i veri eroi. Ecco di cosa voglio parlare nei miei romanzi. Nel mio piccolo, attraverso “Fino all’ultimo respiro” voglio raccontare le storie degli adolescenti con il cancro, specialmente perché qui in Italia se ne parla pochissimo; nel romanzo ho voluto puntare molto anche sull’amicizia perché gli amici, specialmente vicini d’età, sono molto importanti per quei ragazzi che si ritrovano, improvvisamente, con la vita sottosopra, costretti a posporre tutti i loro progetti e a sentirsi diversi dai loro coetanei. Ho sempre avuto una predilezione per raccontare storie che facciano pensare e che magari spingano i lettori a mobilitarsi per aiutare qualcuno. Penso che ogni scrittore possa scegliere come usare la propria passione, per me è naturale scrivere romanzi che, come ho detto, facciano riflettere (e anche emozionare) e usarli come un mezzo per raccontare storie di cui si parla troppo poco e nel caso di “Fino all’ultimo respiro” spero anche che, insieme con i miei lettori, possa fare, nel mio piccolo, la differenza.


2-Le tue protagoniste sono sempre donne (parlo di questi due romanzi ovviamente). Coraggiose, battagliere, grintose, che prendono la vita per le corna e non si danno per vinte. Ma sempre donne. C’è un motivo particolare?

Essendo io stessa una donna mi viene naturale scrivere romanzi dal punto di vista femminile. Allo stesso tempo, penso che molto spesso le eroine dei romanzi siano “damigelle in pericolo” o, al contrario, se ne vanno in giro con le pistole nei pantaloni. Voglio che le mie protagoniste siano persone vere, ragazze vere: sono forti e battagliere, certo, e anche coraggiose, ma sono, prima di tutto, umane. Come tutte noi, hanno pregi e difetti; spesso le scelte che compiono hanno un certo peso emotivo e le mie protagoniste non hanno paura di mostrare anche un lato sensibile, che a volte può essere definito “debole”. Ogni personaggio nasce dentro di me in maniera autonoma e penso che ci sia un po’ di me in ognuna delle ragazze di cui ho scritto finora. Io stessa non mi lascio mettere i piedi in testa da nessuno, sono sempre stata determinata, penso che le donne debbano avere gli stessi diritti degli uomini senza dover faticare il doppio... quindi mi viene naturale scrivere di ragazze giovani ma forti e decise, che però hanno i loro problemi e le loro piccole insicurezze.

3- Quanto della tua vita e del tuo vissuto c’è nei tuoi libri?

Ben poco. Il mio primo romanzo, “La mia amica ebrea”, è ambientato nella Germania del 1943 ed è narrato in prima persona da Josepha, una ragazzina di quindici anni, “ariana”. Sono nata molti anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e in quel romanzo non c’e’ niente del mio vissuto e le storie di guerra che ho sentito dalle voci delle donne anziane che conosco, non hanno niente a che vedere con la Seconda Guerra Mondiale nella Germania di Hitler e tutti i rapporti fra i personaggi sono frutto della mia fantasia, non sono ispirati ai miei rapporti con delle persone che conosco. Per “Fino all’ultimo respiro”, per fortuna non ho mai avuto il cancro e, allo stesso tempo, non ho mai conosciuto un adolescente che ha dovuto affrontare quella battaglia. Sicuramente però c’è qualcosa di me in ognuno dei personaggi principali dei miei romanzi; nel caso di “Fino all’ultimo respiro” mi sento piuttosto vicina ad Allyson, la protagonista, perché si ritrova improvvisamente a dover fare i conti con la realtà del cancro che ha colpito una diciassette come lei (Coleen) e ciò la trova impreparata e pian piano cambia il suo modo di essere, di vedere il mondo e di vivere. Mi ritengo molto empatica e, anche se il mio vissuto non ha niente a che vedere con i due romanzi che ho scritto finora, ognuno dei due occupa un posto molto speciale nel mio cuore; nel caso di “Fino all’ultimo respiro” ho sentito molto le storie dei ragazzi e delle ragazze con il cancro che ho letto e ascoltato per documentarmi al riguardo. Ho sentito le loro voci, ho guardato i loro occhi e ho visto i loro sorrisi… quindi forse ci sono nuove parti di me che sono scivolate nel romanzo man mano che lo scrivevo e che, all’inizio, non c’erano.

4- Hai detto che hai messo da parte la scrittura per molti anni e che poi sei tornata a scrivere. Qual è stata la molla, il fattore scatenante che ha rinnovato in te questa passione?

Sì, purtroppo ho dedicato molti anni alla realizzazione del mio sogno di lavorare nello spettacolo e ho buttato via del tempo prezioso che avrei potuto usare per allenarmi nello scrivere. Allora ero più giovane e pensavo che quella fosse la mia strada, ciò che mi avrebbe reso felice e mi avrebbe fatta sentire soddisfatta professionalmente. Ho vissuto a Londra, dove ho lavorato in teatro e ho fatto qualcosa in televisione, e mi sono accorta che, invece, quel mondo non mi piaceva molto. Era tutta una recita e ciò non mi piaceva, inoltre c’era molta invidia e c’erano moltissime raccomandazioni (anche se queste due cose ci sono un po’ in tutti i settori). Forse, alla fine, la passione non era forte quanto credevo. Quando sono tornata in Italia, è stato naturale tornare alla scrittura, perché è sempre stata la mia vera passione, solo che allora non mi era chiaro. Ho cominciato a scrivere quando andavo alle scuole elementari e durante la mia adolescenza è sempre stato un hobby che mi faceva stare bene; mi è sempre piaciuta l’idea che un giorno avrei pubblicato un libro ma quando mi sono rimessa a scrivere non l’ho fatto con l’intento di pubblicare qualcosa, ma semplicemente perché la scrittura mi era mancata molto e dovevo “recuperare il tempo perduto”. Ho scritto racconti e romanzi che non usciranno mai dalla scatola dove li tengo, e che considero una sorta di allenamento. Pian piano ho affinato il mio stile e solo quando sono stata convinta de “La mia amica ebrea”, dato anche l’argomento affrontato, ho deciso che lo avrei autopubblicato. In poche parole, la scrittura è una passione che ho da sempre, è nata in me e con me, e adesso so che non sbaglierò più strada e che continuerò a scrivere finché potrò.

5- Vorresti fare della scrittura la tua professione a tempo pieno o che rimanga comunque solo una passione, un hobby?

Per me la scrittura è prima di tutto una passione. Non ho mai pensato di arricchirmi scrivendo e credo che in pochi possano dire di riuscire a mantenersi con la scrittura. Certo che mi piacerebbe, ma penso che non succederà, perché voglio scrivere solo romanzi che raccontano storie in cui credo, storie a volte crude, ma sempre vere, che fanno riflettere ed emozionare e purtroppo questo genere letterario non va molto, così come a me non va l’idea di mettere nelle mani altrui i miei lavori. Sono una sostenitrice dell’autopubblicazione, e non si è mai sentito di uno scrittore autopubblicato che riesce a mantenersi con i suoi scritti, quindi credo proprio che continuerò a fare altri lavori, ma sicuramente non rinuncerò mai alla scrittura perché, lo ripeto, la scrittura è la mia più grande passione. Non sono soddisfatta quando vendo una copia, ma quando una lettrice mi scrive che alla fine del mio romanzo ha pianto, quando spingo i lettori alla riflessione e mi dicono che si portano dietro il messaggio del romanzo anche dopo aver letto l’ultima riga.

6-Quando stai scrivendo un romanzo, ti concentri solo su quello oppure ti vengono mille altre idee in testa per progetti futuri? In questo secondo caso, lasci cadere quei progetti, o te li annoti in modo da poterli sviluppare in seguito?

Quando ero più piccola, avevo il problema che di solito lasciavo le storie sospese a metà perché mi veniva in mente una nuova idea che reputavo sempre migliore di quella precedente e mi chiedevo come avrei fatto a finire un romanzo se avessi continuato in quel modo. Per fortuna, con il tempo, questo “problema” è sparito nel niente. Quando scrivo un romanzo so già in partenza se sarà uno di quelli che farò uscire o meno. Se si tratta di qualcosa che scrivo solo per me, perché mi piace scrivere, è probabile che poi la storia venga sospesa per dar spazio ad altre, ma se scrivo qualcosa come “Fino all’ultimo respiro” sono “dentro al romanzo al 100%” e non penso ad altre possibili storie. Non mi è mai successo di annotarmi dei progetti per il futuro; quando sento quella scintilla dentro, allora capisco che il romanzo mi piacerà e mi coinvolgerà  al 100%, e mi ci butto subito a capofitto, dimenticando improvvisamente quello su cui stavo lavorando, proprio com’è successo con “Fino all’ultimo respiro”.

7- Parlaci del tuo nuovo libro in uscita il 19 Maggio: “Fino all’ultimo respiro”. Parla pure senza freni e inibizioni. Tutto quello che vuoi. Da dove l’ispirazione, trama, personaggio preferito, tutto quello che vuoi.

Di solito, quando non sono in un periodo come questo (in cui mi dedico moltissimo alla promozione) scrivo ogni giorno per il semplice piacere di farlo. Stavo proprio scrivendo un romanzo solo per me, di quelli che sapevo che non avrei pubblicato quando, un giorno come un altro, mi sono detta “perché non scrivo dell’amicizia fra due ragazze, di cui una malata di cancro?”. Ho mollato tutto riguardo all’altro romanzo e ho cominciato a fare ricerche sul cancro negli adolescenti. Ammetto che all’inizio, prima  di mettermi a scrivere, avevo dei seri dubbi: avrei finito il romanzo oppure lo avrei lasciato a metà? Temevo di dover passare ore a fare ricerche e leggere storie di dolore, paura e morte che hanno come protagonisti ragazzi e ragazze con il cancro. Non potevo sbagliarmi di più! Nelle storie che ho letto, guardato e ascoltato c’era una dose di angoscia, si parlava di morte, come penso sia normale in questi casi, ma sono rimasta stupita dalla forza e dal coraggio con cui quei ragazzi affrontano la loro malattia. Gli scherzi, le risate, il voler fare qualcosa per aiutare gli altri nelle loro stesse condizioni, il voler fare piani per il futuro, e l’amore per la vita! Man mano che mi sono ritrovata a leggere prima una testimonianza, poi un’altra, e che mi sono ritrovata a guardare dei video dove questi ragazzi hanno un volto, una voce, una personalità che spicca ancora di più rispetto alle testimonianze scritte, ho capito che il mio romanzo avrebbe preso un’altra piega. Non si sarebbe trattato solo di un romanzo da promuovere, ma avrei potuto trasformarlo in un mezzo per parlare degli adolescenti con il cancro (che qui in Italia sembrano stare in una “terra di nessuno”) e usare il romanzo per spingere i lettori a donare a Teenage Cancer Trust. Vi parlerò nella prossima risposta di questo ente benefico inglese, che si occupa proprio degli adolescenti che vivono con il cancro.
“Fino all’ultimo respiro” è un romanzo scritto in prima persona dal punto di vista di Allyson Boyd, diciassettenne scozzese come tante: abita in un piccolo paesino, frequenta il penultimo anno di scuola superiore, ha una cotta per un ragazzo; è un po’ timida e taciturna e non sa bene che cosa fare “da grande”. La sua vita cambia quando deve andare a portare dei compiti a Coleen, sua coetanea ricoverata in ospedale, che lotta contro la leucemia da due anni e mezzo. Ho scelto di far incontrare le protagoniste una volta in cui Coleen era già piuttosto avanti nella sua battaglia, e anche per evitare che Allyson potesse comparare la Coleen presente a quella del passato. Le due ragazze non si conoscevano quando Coleen era sana e nel mondo di Allyson entrano gli ospedali, la chemio, gli effetti collaterali, la paura della morte… Non posso dire molto altro, tranne che Coleen dovrà prendere molte decisioni importanti, in modo particolare una che le cambierà la vita e che cambierà anche quelle di Allyson e delle altre persone che le vogliono bene. Nonostante “Fino all’ultimo respiro” sia un romanzo, ho scelto di non inserire niente di eccezionale; volevo che questa potesse essere la storia di due ragazze “vere”. Nella vita di tutti giorni succedono piccoli, grandi meraviglie, ma, generalmente, non succedono “eventi da romanzo”, particolarmente eclatanti, solo perché una persona è gravemente malata. Attraverso lo sguardo e i pensieri di Allyson viviamo i suoi momenti con Coleen, la sua crescita personale, le sue paure, le sue gioie, i suoi desideri… ho scelto di narrare il romanzo dal punto di vista di una ragazza sana per il semplice fatto che, per fortuna, non ho mai avuto il cancro e non conosco personalmente adolescenti che hanno dovuto affrontare quella lotta. Caratterialmente Allyson ed io non potremmo essere più diverse, ma molti dei suoi dubbi, delle sue domande e delle sue paure sono le mie. Per quanto riguarda Coleen, è un personaggio che – come tutti quelli che scrivo – è nato spontaneamente dentro di me, con la propria personalità, ma in questo caso è anche l’insieme delle testimonianze che ho letto e ascoltato. Se dovessi scegliere un personaggio preferito sarebbe Coleen, che rappresenta gli adolescenti con il cancro, la loro forza, il loro coraggio e il loro essere, semplicemente, umani; perché, nonostante l’ottimismo e la speranza, a volte è normale avere dei momenti “no”. Sento sempre i miei personaggi come se fossero persone in carne e ossa, come se fossero degli amici ed è per questo che mi sento molto vicina a Coleen e l’ammiro, proprio perché non puoi far altro se non ammirare il coraggio dei ragazzi e delle ragazze che, nonostante debbano lottare e soffrire moltissimo a causa del cancro, si fanno forza, ispirano gli altri e continuano a sorridere. Nel romanzo ho voluto dare spazio anche ai genitori di entrambe le ragazze, ai compagni di scuola, alla piccola comunità di persone che ruota intorno a Coleen. Si dice che, a volte, un libro che hai letto ti cambia la vita; nel mio caso, con “Fino all’ultimo respiro” è stato un libro che ho scritto a cambiarmi la vita. Ormai mi sento in dovere di fare qualcosa di concreto per gli adolescenti con il cancro e, allo stesso tempo, di continuare a parlare di enti come Teenage Cancer Trust, sia attraverso il mio romanzo, sia in altri modi.

8- Mi sembra di aver capito, correggimi se sbaglio, che questo libro sia gratuito e che faccia parte di un progetto per raccogliere i fondi a favore dell'ente benefico "Teenage Cancer Trust". Come è nato questo progetto?

Sì, hai capito perfettamente. Più sono andata avanti nella scrittura del libro, più mi sono ritrovata a leggere e ascoltare le testimonianze degli adolescenti con il cancro, più ho capito che non avrei potuto incassare neanche un centesimo dalle vendite di “Fino all’ultimo respiro”. Allora, mi sono messa alla ricerca di un ente benefico inerente al cancro e agli adolescenti qua in Italia, per spingere i lettori a donare a tale ente, ma, purtroppo, in Italia gli adolescenti con il cancro sono una realtà che, molto spesso, viene ignorata. So che ci sono due importanti realtà per i giovani, come “Progetto Giovani” di Milano e l’”Area Giovani” di Aviano (PN), inoltre c’è in progetto di aprire un’area dedicata ai giovani con tumore all’ospedale Meyer di Firenze, tramite l’associazione Nicco Fans Club. Un progetto molto importante e di cui sono felicissima, anche perché avverrà proprio nella mia bellissima regione, ma da qui all’avere una realtà come quella inglese purtroppo c’è ancora molta strada da fare. Ho vissuto a Londra per un anno e avevo già sentito parlare di Teenage Cancer Trust, quindi, ho deciso di spingere i miei lettori a donare all’ente inglese perché da ventiquattro anni lavora a tutto tondo per aiutare gli adolescenti e i giovani adulti (13 – 24 anni) che vivono con il cancro. E qui sta la chiave: che vivono con il cancro. Quando si pensa al cancro, automaticamente si pensa alla morte. Eppure, anche gli adolescenti che hanno il cancro terminale, sono vivi, fino all’ultimo respiro. Ed è su quest'aspetto che si concentra Teenage Cancer Trust: oltre a disporre di reparti su misura per adolescenti, dove i ragazzi e le ragazze possono curarsi con personale specializzato, in compagnia di persone della loro età, con i passatempi tipici degli adolescenti (leggere giornali o libri, ascoltare musica, chiacchierare tutti insieme, fare una partita di biliardo…) Teenage Cancer Trust offre anche supporto emotivo, sociale e psicologico ricordando che l’adolescente ha dei bisogni particolari e per questo necessita di reparti e personale apposito. Se essere diagnosticati con il cancro è terribile per tutti, lo è soprattutto per gli adolescenti, che di solito, al momento della diagnosi, entrano in contatto con la propria mortalità per la prima volta e che, a causa delle cure (spesso aggressive, come chemio, radiazioni o operazioni) sono costretti a posporre a data da definire tutti i loro progetti sia immediati sia futuri, a saltare la scuola, a rinunciare a molte delle attività che erano soliti svolgere e a rimanere un passo indietro rispetto ai loro coetanei sani. Al contempo, gli adolescenti con il cancro si ritrovano a crescere molto più in fretta, perché tanti, a causa della situazione in cui si ritrovano, si rendono conto di cos’è davvero importante nella vita, non si perdono più in sciocchezze e generalmente si sentono diversi dai loro amici che continuano le loro vite “normali”. E normalità è proprio la parola chiave di Teenage Cancer Trust che, oltre a occuparsi anche delle famiglie e degli amici dei giovani malati e della ricerca (per aumentare sempre di più la speranza di vita) punta proprio a far vivere una vita il quanto più normale possibile ai ragazzi con il cancro e a farli incontrare con altri adolescenti che hanno o hanno avuto questa malattia, ricordando loro che non sono soli. L’evento “find your sense of tumour” è la chiave di quest’unione fra adolescenti che, parlando con gli altri, si rendono conto che ci sono altri ragazzi e ragazze nella stessa situazione. Il far  parte di un gruppo, il rendersi conto di non essere soli, di non essere gli unici a fare i conti con le infezioni, la chemio, le operazioni, il senso di paura, di smarrimento, rende la battaglia più facile da affrontare.
Lo ripeto, purtroppo in Italia manca un ente del genere, che dispone di ventisette reparti (e altri sette in progettazione) ben organizzati e con personale specializzato nelle cure oncologiche e nella psicologia dell’adolescente, un ente che ricopre tutto il territorio nazionale, con il supporto di celebrità (che spingono le persone a donare), l’organizzazione di vari eventi per raccogliere fondi (per esempio, ogni anno celebrità musicali si esibiscono alla Royal Albert Hall, uno dei luoghi artistici più belli e famosi di Londra, per raccogliere fondi in favore di Teenage Cancer Trust) e l’attitudine generale con cui le persone si approcciano alle donazioni. Quando abitavo in Inghilterra, ho lavorato per un po’ come raccoglitrice di fondi per un ente benefico (si occupava dei bambini poveri in Africa), armati di cartellino e secchiello (rigorosamente chiuso) io e gli altri raccoglitori di fondi andavamo nelle metropolitane, agli ingressi dei supermercati, ecc… e raccoglievamo soldi. In Inghilterra la gente è abituata a vedere persone che raccolgono soldi per gli enti benefici, è abituata a donare, sia nelle grandi città sia nei piccoli paesini. Purtroppo in Italia manca questa mentalità. Spero che, parlando di Teenage Cancer Trust, si smuova qualcosa anche qui da noi, che i giovani con il cancro ottengano un po’ dell’attenzione che meritano, perché le loro storie ci ricordano che cosa vale davvero nella vita, ci ricordano di viverla appieno, di goderci ogni secondo, anche quando ci ritroviamo davanti a difficoltà apparentemente insormontabili. Il coraggio, l’allegria, la forza, l’altruismo di questi adolescenti sono qualcosa di meravigliosamente indescrivibile.
Se volete saperne di più, ho dedicato una pagina del mio blog a Teenage Cancer Trust, dove ho raccolto diverse informazioni al riguardo:
http://rebeccadomino.blogspot.it/p/supporta-teenage-cancer-trust.html
Potete visitare anche la sezione del mio blog “Piccoli, grandi eroi” dove ho raccolto alcune testimonianze, sia scritte sia video, di ragazzi e ragazze che hanno o hanno avuto il cancro (ho tradotto il tutto in italiano). Infine, se volete fare direttamente una donazione in favore di Teenage Cancer Trust in maniera veloce, semplice e sicura, vi lascio il link alla mia pagina Justgiving:
https://www.justgiving.com/Rebecca-Domino

9-Ti piacerebbe scrivere un libro a quattro mani con tua sorella?

No. Sofia ed io andiamo d’accordissimo e stimiamo moltissimo i lavori l’una dell’altra, però entrambe siamo d’accordo sul fatto che non scriveremo mai un libro a quattro mani, per il semplice fatto che pensiamo che sarebbe impersonale. Cerco di spiegarmi meglio: quando scrivo, mi siedo davanti al computer e lascio che siano i personaggi a raccontare la storia, io sono solo un tramite. Spesso ascolto della musica in sottofondo per enfatizzare certe emozioni che i personaggi provano; insomma sono in un “mio mondo” e riverso su carta i sentimenti dei miei personaggi. Sinceramente non vedo come sarebbe possibile dedicare completamente anima e corpo a un romanzo se c’è anche un’altra persona a lavorarci. Sofia la pensa come me, ma non escludiamo di fare un lavoro insieme: ad esempio, a volte, parlando fra noi, abbiamo detto che sarebbe bello fare una sorta di antologia con dei racconti, accomunati dal solito tema, firmati da entrambe, dove diamo voce a situazioni e storie che c’interessano ma, per un motivo o per un altro, non possiamo trasformare in romanzi.

10-I tuoi progetti per il futuro quali sono? Continuerai a scrivere? Hai già altre storie in mente? O ti prenderai una pausa?

Al momento non sto scrivendo perché mi sto dedicando moltissimo alla promozione di “Fino all’ultimo respiro”, inoltre, sento ancora dentro Allyson e, specialmente, Coleen, le due protagoniste del libro. Mi sento coinvolta in tutto quello che sto promuovendo, e so che non potrei cominciare a fare delle ricerche su altro, semplicemente perché non darei a questa nuova storia l’attenzione che merita. Sicuramente continuerò a scrivere ma so già che da qui all’uscita del mio prossimo libro passerà molto tempo, un anno di sicuro, proprio perché attualmente non ho niente di pronto e non ho neanche il tempo per fare le ricerche. Quando mi ritrovo a promuovere un romanzo come “Fino  all’ultimo respiro”, in cui credo molto e che mi permette anche di fare la mia parte per far conoscere in Italia il lavoro di Teenage Cancer Trust e per raccogliere fondi per l’ente, voglio dedicarmi a tale promozione al 100%. Inoltre, mi piacerebbe molto vedere “Fino all’ultimo respiro” tradotto in inglese, per riuscire a raggiungere ancora più lettori e mi sto muovendo anche in quel senso. Naturalmente la scrittura fa parte di me ed è probabile che a un certo punto, quando avrò più tempo libero, scriva qualcosa solo per me stessa, ma seleziono molto accuratamente ciò che voglio pubblicare e al momento non ho la minima idea di quale sarà il mio prossimo libro. Di sicuro voglio raccontare storie di cui si parla poco, storie che, nonostante siano dure, abbiano sempre quel barlume di vita e di speranza, storie che ci ricordino che, nonostante le brutture di cui la razza umana è capace, da sempre dentro tutti noi ci sono speranza, forza e amore per la vita. Quale sarà la prossima storia che busserà al mio cuore, proprio non lo so e, al momento, va bene così.

Ti ringrazio Rebecca per le tue bellissime risposte. Non vedo davvero l'ora di poter leggere la storia di queste due ragazze coraggiose. E, lasciamelo dire, anche tu hai avuto molto coraggio nell'affrontare questa tematica.

2 commenti:

  1. wow, un'intervista stupenda! è bello quando ci sono scrittori che hanno voglia di mettersi in gioco e di parlare di temi poco felici, soprattutto quando non fanno solo ricerche astratte ma ascoltano anche testimonianze di persone che ci sono già passate :)

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    1. Sono completamente d'accordo con te. E devo dire che in questo Rebecca e Sofia Domino si differenziano nettamente da quello che ho letto finora tra le giovani autrici italiane

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