martedì 29 aprile 2014

Anteprima "Diamond - il mio miglior nemico"

Oggi voglio segnalarvi un romanzo che sarà sicuramente tra le mie letture, appena verrà pubblicato. L'autrice è un italiana, Erika Corvo e sarà lei stessa a parlarvi del suo prossimo libro in uscita, attraverso un'interessantissima intervista che mi ha concesso.


SCHEDA LIBRO:

Autore: Erika Corvo
Titolo: "Diamond - Il mio Miglior Nemico"
Genere: Fantascienza, Reality Fiction
Anno Pubblicazione: 2014
Lingua: Italiano


LA TRAMA:

Terzo capitolo, indipendente e autoconclusivo, della saga spaziale dedicata al personaggio di Brian Black, un imbattibile pirata spaziale, Il libro è un Reality Fiction, ovvero dove la fantascienza è un pretesto per trattare di argomenti molto, ma molto terrestri.




Qualche domanda all'autrice che ci svela interessanti particolari su di sé e sul suo libro:

1-Sei una persona eclettica, ti piace sperimentare. Nella vita per necessità hai fatto di tutto, cavandotela nonostante tutto. Quanto della tua vita c’è nei tuoi romanzi? Hai mai usato in essi episodi che ti sono successi veramente?
C’e tantissimo, di me, direi. Partiamo dal fatto che qualunque cosa uno faccia senza esservi costretto, la fa per cercare di stare meglio: dall'iscriversi in palestra, al fare nuovi incontri, o al fare uso di alcool o droghe. Per bilanciare qualcosa che non ha il giusto equilibrio, o per creare una sorta di transfert psicologico e liberarsi di fantasmi e paure. I bambini piccoli disegnano quello che gli fa paura per buttarlo fuori da loro. Quando sono un pochino più grandi creano gli amici immaginari, e quando viene il temporale e il tuono li spaventa, abbracciano l'orsacchiotto e dicono a lui di non avere paura, perché tutto finirà bene. Io ho creato Brian Black, e gli ho chiesto di cavarsela nelle situazioni più pazzesche, sul filo dell'impossibile, perché potessi riuscirci anch'io.
Non viaggio nello spazio, ma venir giù dallo Stelvio con la frizione rotta e la quarta ingranata senza possibilità di scalare non è cosa da poco. Idem per altri guasti meccanici cui ho dovuto “inventare” una soluzione per continuare a guidare per parecchio tempo, aspettando di racimolare i soldi per il meccanico. Aggiustare le cose con mezzi di fortuna è una mia arte ormai collaudata. Certe cose narrate si trovano in romanzi non ancora pubblicati, ma tutto ciò che riguarda il pronto soccorso e i medicinali prodotti con le erbe, è qualcosa a cui ho sempre fatto ricorso. Basti dire che i miei figli, a parte le vaccinazioni di legge, non hanno mai visto un pediatra in vita loro.

2-Cosa rappresenta la scrittura per te? Un hobby, una passione, un lavoro, un evasione… cosa?
“Cogito, ergo sum”? No, “Scrivo, quindi esisto, ed esiste quello che scrivo”. È creare. Brian Black esiste perché io l’ho immaginato, ed ora esiste anche nelle menti dei miei lettori.
Un piccolo elogio della follia (non so chi l’abbia scritto) dice:
“Questo annuncio lo dedichiamo ai folli. Agli anticonformisti. Ai ribelli. Ai piantagrane. A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole e i regolamenti, e non hanno nessun rispetto per lo status quo. Potete citarli. Essere in disaccordo con loro. Potete glorificarli o denigrarli. Ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli. Perché riescono a cambiare le cose. Inventano. Immaginano. Compongono. Esplorano. Creano. Ispirano. Fanno progredire l’umanità. E forse devono essere davvero un po’ folli. Altrimenti come potreste stare, poi, di fronte a dei barattoli vuoti e vedere un’opera d’arte? O sedere in silenzio e ascoltare una canzone che non è mai stata scritta? O guardare un pianeta rosso e immaginare un laboratorio in movimento? Noi alimentiamo uomini fatti così, e mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”
Io mi sono seduta davanti a dei fogli bianchi, e vi ho regalato personaggi che non sono mai esistiti prima e storie che nessuno aveva mai scritto. Ho preso in mano una chitarra e ho composto canzoni che nessuno aveva mai immaginato e testi che fanno riflettere. Ho lasciato qualcosa di me. Non mi sono limitata a vegetare, a subire e ad esistere. Sono riuscita a trasformare in bene ogni cosa brutta che mi sia successa. E come ogni volta, dico: Grazie, Brian. Mi hai salvato la vita.

3-Oltre alla scrittura ti piace la musica. Con la prima sappiamo che strada hai seguito. La seconda che posto occupa nella tua vita?
Attualmente, purtroppo, non occupa molto posto perché ho troppi progetti per la testa. Ma per tantissimi anni è stata ossigeno e sangue, battito e respiro, mio fulgido credo, mia àncora e mio motore. Tornerò a farne uso. È inevitabile. Ho avuto la grazia di trascorrere l’adolescenza in un periodo particolarmente creativo, per la musica: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, CSN&Y, Cat Stevens, Emerson Lake & Palmer, De André, Guccini… scusate se non posso citarli tutti, è impossibile. Ma ci hanno insegnato a guardare oltre e a valicare i limiti del conosciuto. Un’ennesima spinta a creare qualcosa di mio.

4-Il tuo genere letterario preferito? E quello che invece non leggeresti o scriveresti mai?
Il mio genere preferito rimane la fantascienza, ovviamente: sono cresciuta con quello mentre le altre mie coetanee leggevano “Piccole Donne”. Ecco, quello che non scriverei mai sono proprio le cose sdolcinate e melense; storie d’amore e roba tipo Harmony. Con tutto il rispetto per il genere e per chi lo scrive, non fa per me. Non scriverei mai spin-off di nessun genere e/o brutte copie, rifacimenti e fac-simili di cose scritte da altri. Non sogno i sogni di nessun altro e non vivo la vita di nessun altro. Nel bene e nel male, io sono diversa da tutti gli altri: penso a modo mio, immagino a modo mio, non utilizzo personaggi di altri e storie di altri. Nemmeno vampiri, draghi, spadoni e cavalieri. Eppure scrivo anche fantasy. Ma se Fantasy significa proprio “fantasia”, sarebbe un insulto non immaginare nulla di nuovo e riciclare continuamente vecchi stereotipi.

5-Se potessi rinascere e scegliere di essere un autore famoso, passato o ancora vivente, chi sceglieresti e perché?
Una piccola anticipazione della risposta è già contenuta nel punto precedente: non vorrei essere nessun altro. Né scrittore, né attore, né cantante, né personaggio famoso d’altro genere. Perché? Risponderò con una piccolissima favola. Una lucciola emanava la sua luce intermittente, guardava in cielo e sospirava: “oh, come sono inutile, quaggiù. Vorrei tanto essere una stella in cielo, accendermi di luce al tramonto e brillare tra gli astri fino al sorgere del sole.” Una talpa uscì dalla terra e le disse: “amica, tu, qui, illumini il prato. Se tu andassi lassù, attorno a te vedresti solo buio e saresti solo un puntolino tra mille.”
Se io fossi Dante, credo mi verrebbe voglia di suicidarmi nel vedere quanto in basso sia caduta la letteratura italiana. Se io sono Erika Corvo, mi posso beare di tutti i grandi autori e pensare che ci sia ancora speranza.

Parliamo ora del tuo libro in uscita: “Diamond, il mio miglior nemico”

6-So che non sveli mai nulla della trama dei tuoi libri, ma raccontaci qualcosa sul romanzo. Quello che vuoi e come vuoi. Come è nato, a cosa o chi ti sei ispirata, il tuo personaggio preferito… insomma vai pure a briglia sciolta.
È l’episodio che amo di più, della saga spaziale. Intenso dieci volte gli altri romanzi della serie spaziale. Qui Brian riesce a dare il massimo di sé, in creatività e in sentimenti. Disposto più che mai a rimettere tutto in gioco, a ribaltare ogni cosa, ogni dogma, ogni logica, a cambiare ogni pista battuta in precedenza e a percorrere strade nuove. Ogni poco deve cambiare programmi, punti di vista, imporsi, cedere; i nemici diventano amici e viceversa. Le situazioni più pazzesche, le invenzioni e le vie di fuga più spettacolari, i valori e i sentimenti più profondi, sono tutti qui. Da non perdere, assolutamente. Vale il principio “soddisfatti o rimborsati”, come per gli altri miei romanzi. Se lo comprate e non vi piace, me lo rispedite e ve lo rimborso, spedizione compresa. Ovviamente, si dovrebbe dimostrare di averlo comprato e letto.

7-Hai scritto moltissimi romanzi. Ce n’è uno a cui sei più affezionata? E perché? O sono come i figli, li ami tutti indiscriminatamente?
Amarli, li amo tutti come figli. Ma sono anche fortemente, assolutamente e ferocemente critica riguardo ai miei lavori. Quelli che ho scritto per primi, per forza di cose sono piuttosto acerbi e, prima di essere pubblicati dovrò fare un bel lavoro di accetta e di lima. Ma le idee sono buone e innovative, e hanno un potenziale tremendo. Anche se, come dicevo prima, Brian rimane il mio personaggio preferito, tutti gli altri a cui ho dato vita mi hanno ricambiato con qualcosa di speciale, e non posso che amarli tutti.

8-Hai avuto molte esperienze con numerose case editrici, più o meno oneste. Che cosa ne pensi del mondo editoriale? Quali i suoi pregi e difetti e come dovrebbe cambiare per potersi migliorare?
Da un punto di vista prettamente commerciale, che devi dire? Tu paghi, io pubblico, a prescindere se il testo faccia schifo o sia un capolavoro. Ognuno, coi suoi soldi, ha il diritto di fare quel che gli pare: chi si compra una baita in montagna, chi si fa la Ferrari e chi pubblica i libri che scrive. Ma un editore, un imprenditore che voglia tenere alto il nome della sua casa editrice, dell’Italia e del Made in Italy, dovrebbe puntare sulla qualità. Cosa che non succede più.
Secondo me, dovrebbero investire sul merito: scegliere attentamente autori e testi con gli attributi e pubblicare e pubblicizzare quelli, a spese loro. Se il materiale è buono, i riscontri economici arriveranno di sicuro. Invece qua pare che si vivacchi su personaggi di dubbia o nessuna moralità purchè di forte richiamo mediatico. Libri che gli ignoranti tengono in casa solo perché “fanno arredamento” o, peggio ancora, “fanno figo”. Perché magari un libro di Belen (eh, sì, c’è anche lei) te lo fa tirare. Devono ancora spiegarmi che caspita abbiano di validamente letterario gli scritti di Renato Curcio, Vallanzasca, Amanda Knox, Cesare Battisti, Raffaele Sollecito, Renato Curcio, Fabrizio Corona, Pietro Maso, e pure Monica Lewinsky…
Poi ci sono i disonesti: quelli che ti spillano quattrini (tanti, a me hanno chiesto fino a 3600 euro) e non fanno niente più di quello che farebbe il tipografo dietro l’angolo di casa tua. Fanno finta di essere editori, ma devi fare tutto tu: editing, scelta della copertina, pubblicità, presentazioni, interviste, passaggi radiofonici e quant’altro. Poco tempo fa, una tipa mi chiama al telefono, e dopo una presentazione così altisonante che al posto della suoneria del cellulare avrebbe dovuto partire la marcia trionfale dell’Aida, mi dice che mi pubblicherebbero con piacere, ma che (tra varie altre faccende a mio carico che ora non sto a specificare) loro avrebbero stabilito dei luoghi per le presentazioni – magari a casa di Dio – e io avrei dovuto invitare tutto il pubblico: amici, parenti, e conoscenti. Ma se, le ho risposto, tutta questa gente la devo portare io, allora tanto vale, li invito a casa mia e il libro lo faccio stampare in tipografia: faccio prima e guadagno di più, i miei amici fanno meno strada e siamo tutti più felici: Tu a che servi, allora?
In alcuni contratti sei proprio obbligato, con specifica clausola, ad impegnarti a fare tutto quello citato poc’anzi con il massimo impegno, pena lo scioglimento del contratto e talvolta una forte penale.
Nella domanda, mi chiedi di elencare pregi e difetti. Mah, che ti devo dire… i pregi non li ho ancora visti.
L’unica, e ribadisco l’unica cosa bella, è stata che il capo della Booksprint, Vito Pacelli, ha accettato di pubblicarmi gratuitamente dove di prassi, tutti gli altri pagano. Perché? E che ne so? Animo nobile? Ha creduto nel mio potenziale? Gli è particolarmente piaciuto il mio romanzo? Tutto questo insieme?  Non lo so. Ma quell’uomo, per me, è stato una luce nel buio della notte più nera. Non finirò mai di ringraziarlo per avermi dato fiducia. Ma temo sia un caso isolato di splendida umanità in un mare di str…  oops, non si può dire.

9-Il mercato editoriale, come tutti del resto, segue delle tendenze, delle mode. Se una grande casa editrice ti contattasse offrendoti molti soldi e visibilità per scrivere un libro di un genere che non senti tuo, che non ami, ma che vende, che faresti? Proveresti o continueresti per la tua strada?
Praticamente la cosa è già successa quando mi chiesero di scrivere canzoni per bambini, mentre io scrivevo testi impegnati. Arrivederci e tanti saluti. Oppure, se proprio mi trovassi a morire di fame, potrei trovarmi uno pseudonimo e scrivere qualche ca***** giusto per campare. Ma solo sotto pseudonimo, una volta sola, e senza mai apparire in pubblico. Mi vergognerei. Non sono mai riuscita a fare un lavoro che non mi piacesse. Conosco una donna, quarantenne, che ha dedicato tutta la vita al lavoro spaccandosi la schiena dall’alba al tramonto. Nel suo ambiente è parecchio famosa, ha sposato un uomo famoso e ha un’azienda bene avviata. La settimana scorsa, questa donna mi ha detto che una sua cara amica, coetanea, ha avuto un ictus e disperano di salvarla. Ha detto: “se succedesse a me, credo che avrei troppe cose da rimpiangere. Tutto quello che non ho fatto, tutto quello che mi sono persa, tutte le soddisfazioni che non ho avuto…” Ha avuto tutto, dalla vita, tranne quello che contava di più. Io, invece, non ho mai avuto soldi. Tutto il resto, l’ho avuto.

10-Come autrice che si autopubblica, la promozione è importante tanto quanto la scrittura. Tu quanto tempo dedichi alla promozione, anche su social, e quanto alla scrittura? Vorresti poter demandare l’aspetto della pubblicità ad altri e poterti impegnare esclusivamente nello scrivere?
Forse io sono un caso a parte, in quanto ho iniziato a pubblicare e avevo già nove romanzi già pronti. Ma mi piacerebbe tanto potermi dedicare a tutto quello che ho in mente, invece di perdere tutta la sera e tutte le sere cercando di farmi conoscere e promuovere le mie opere. E’ divertente, non lo nego, ma dopo un po’ vorrei fare dell’altro.

11-So che stai esplorando la strada degli audiobook e che ti piace molto. Ce ne puoi parlare? Cosa ne pensi? In Italia non sono molto diffusi. Tu che potenzialità intravedi?
Secondo me gli audiobook hanno un potenziale ancora tutto da scoprire. Un sacco di gente ascolta musica con auricolari e cuffie in metropolitana, in treno, in autobus, facendo jogging, pedalando, andando in macchina, facendo i mestieri di casa… invece che limitarsi alla musica potrebbero ascoltare un romanzo. Perché no? Una volta, in radio, si usava. Ma la tv non aveva ancora la diffusione attuale (sono vecchia, ricordo tante cose del passato). Si potrebbe tornare ad apprezzare i romanzi, se qualcuno te li raccontasse mentre hai le mani occupate a fare qualcos’altro.
Ho contattato vari editori di questo genere e ho provato ad affidare uno dei miei testi ad un attore, perché lo recitasse in un file sonoro. Sì, mi va bene, ma non troppo. Quell’attore è troppo impersonale nella lettura. Legge, ma non recita. Ci ha messo sei mesi a realizzare il tutto e ha fatto talmente tanti errori che credo ci metterà altri sei mesi a correggerli. Allora ho avuto l’onore e la fortuna di imbattermi in un amico di facebook capace di gestire files sonori. Mi ha fatto scaricare il programma giusto e mi ha insegnato ad usarlo. Sicuramente non ho la dizione perfetta di chi ha studiato recitazione, ( ma mi accorgo che man mano che vado avanti, miglioro) ma solo io so come parlino i miei personaggi, come sia la loro intonazione, dove aggiungere enfasi e dove delicatezza.
Anche questa volta, farò da sola.

Per concludere, una domanda d’obbligo
12-Dopo questo libro a cosa ti dedicherai? Hai già qualcosa in cantiere o prevedi una pausa?
Ho tante di quelle cose in mente, che non mi basterà il resto della vita a realizzare tutto. Intanto dovrò pubblicare gli altri romanzi, e ci vorrà un sacco di tempo per copiarli su pc (sono ancora scritti a mano). Poi ho alcune canzoni da registrare, e quando saranno pronte voglio montare dei video. Ho altri romanzi in testa, pronti da buttare giù. Ho da registrare gli audio books dei romanzi già editi… direi che ne ho fino all’età della pensione!
A questo punto saluto i miei lettori, ripetendo loro che considero un grandissimo dono l’avermi voluto dedicare qualche ora del loro tempo leggendo quello che scrivo. La vita è breve, e il tempo è un dono che vale più dell’oro. Li ripagherò dando loro romanzi sempre più belli e più avvincenti. Non ho intenzione di deluderli.
E grazie a chi ha voluto intervistarmi, ovviamente.
Un bacio a tutti dalla vostra Erika.

Ringrazio io Erika per la sua disponibilità, la sua simpatia, la sua autoironia. Non vedo l'ora di poter leggere questa interessante avventura.
Prima di salutarci vorrei invitarvi a conoscere un po' più da vicino la nostra Erika.


L'autrice si racconta:

Erika Corvo è un “Fai da Te” umano. Non aspettatevi Miss Universo, perché sono un cesso. A vedermi non mi dareste due lire, ma so fare tante cose, e tutto quello che so fare, l’ho imparato da sola. Sono nata a Milano nel 1958. Madonna, quanto sono vecchia! Sicuramente sono una donna strana: costruisco mobili, aggiusto elettrodomestici, eseguo piccoli lavori di muratura e idraulica, sbianco casa, lavo a mano la biancheria (non  ho la lavatrice) preparo medicinali a base di erbe, e mentre faccio tutto questo scrivo romanzi, e leggo manuali di sopravvivenza di Bear Grylls.
I miei non mi facevano mai uscire di casa, e il mio unico svago erano i libri. Ho imparato a leggere molto prima delle elementari, solo perché mi annoiavo e non sapevo come passare il tempo. Mio fratello era più grande di tre anni, e andava già a scuola. Quando arrivavano i suoi libri, sussidiario e libro di lettura, lui non li leggeva per tutto l’anno scolastico, io li avevo già letti di nascosto prima di novembre. (“Cosa fai col libro di tuo fratello? Mettilo via che glielo sciupi!” “Ma guardo solo le figure.” Palle. Li sapevo a memoria.)
Va da sé che quando venne il mio turno di andare a scuola, mi annoiassi da matti. Loro leggevano Pinocchio, io leggevo Kipling. Loro leggevano I tre porcellini, io leggevo la vita di Pasteur e i cacciatori di microbi. Loro leggevano Piccole donne, io leggevo I Peccati di Peyton Place e Lolita. Loro leggevano Biancaneve, io ci davo già dentro con gli Urania e con Salgari. Non potrei vivere senza leggere o senza scrivere.
Mio padre si divertiva a scrivere poesiole, raccontini, filastrocche e cambiava i testi alle canzoni facendole diventare spiritose. Niente di speciale, ma amici e parenti si divertivano alle sue trovate. Io sono cresciuta sapendo che fosse possibile farlo; era una cosa normale, e credevo che tutti lo potessero e lo sapessero fare. Andavo ancora alle elementari quando ho iniziato a farlo anch’io. E lo facevo bene. Ci sono rimasta male quando ho capito che gli altri, invece, non ci riuscissero.
Scrivere, è sempre stata la mia passione. Ho iniziato col diario, quando ero proprio piccola. Alle medie avevo già scritto varie raccolte di poesie e iniziavo a cimentarmi nei racconti. Ingenui, stupidotti, semplici… ma imparavo cosa si dovesse scrivere, e come farlo sempre meglio. Sono sempre stata spietata con me stessa, non mi sono mai crogiolata pensando di essere brava, se quello che facevo non era perfetto.
Quali sono le mie passioni? Secondo gli psicologi, desideriamo principalmente ciò che abbiamo davanti agli occhi e non possiamo avere. Prima passione: la musica: niente soldi per i dischi? (All’epoca c’erano gli LP in vinile) Con il primo stipendio mi sono comprata una chitarra . Una vera schifezza, ma chissenefrega? Nell’epoca hippie, tutti suonavano e tutti ti potevano insegnare a suonare, così le canzoni che volevo ho iniziato a scrivermele da sola. Lo studio: avrei voluto fare tante di quelle cose, ma i miei mi volevano per forza ragioniera. Ho mollato la scuola e ho imparato di nascosto, sui libri, tutto quello che mi fosse possibile imparare. Lingue, scienza, filosofia, storia… anche per la patente ho studiato di nascosto. Costruire: bricolage. I primi mobili di casa mia li ho costruiti io. Scrivere: e quello che scrivevo doveva essere assolutamente bellissimo, perché sarebbe stato quello che avrei dovuto leggere io. Medicina ed erboristeria: a parte le vaccinazioni di legge, entrambi i miei figli non hanno mai visto un pediatra. Quando non hai soldi neanche per una scatola di aspirina, anche le medicine te le devi fabbricare da sola e sperimentare su te stessa prima di darle ai bambini. Viaggiare, a qualunque costo; perché, come dicevo prima, i miei non mi facevano mai uscire di casa. Le mie vacanze, per una decina di anni, sono state vagabondare per tutta l’Europa con la sola spesa della benzina, dormendo e mangiando in macchina, lavando le magliette e i jeans nel fiume e facendo la doccia con l’acqua scaldata al sole sul tetto della macchina durante le soste, lungo qualche fiume. Se avevi coraggio, una volta, nell’epoca hippie, si poteva fare… Adesso, credo sia troppo pericoloso; ma la voglia di ricominciare è fortissima. Mi sa che quando smetterò di lavorare, ripartirò. Mi troveranno morta sotto un ponte, ma vuoi mettere il divertimento?… Se questo è il prezzo, lo accetto in pieno.
La musica, per me è sempre stata l’eros più profondo. Uno dei miei ricordi più belli è dato da una notte passata a suonare con un certo Davide, incontrato durante un festival musicale. Due chitarre, due cuori. Mai più rivisto. Ma abbiamo suonato i Pink Floyd fino al mattino.
Un giorno, (avevo solo diciassette anni) su una rivista musicale, trovo il bando di un concorso indetto dalla Baby Records: “Se non sei un cane e hai qualcosa di nuovo da dire, vieni e faccelo sentire.” I vincitori avrebbero inciso gratis. Avevo già scritto tante belle canzoni… Ok, mi dico! Vado, e mi fanno incidere! Giuro: non era presunzione ma ero certa delle mie capacità e potenzialità. Con la mia ingenuità di ragazzina e la mia “chitarretta”, schifosa col manico storto, vado e gli faccio ascoltare qualcosa. C’erano i fratelli La Bionda, come giudici; cantanti molto in voga all’epoca. Duemila partecipanti. Chi rimane, alla fine? Io e un certo Enzo Ghinazzi, passato poi alla gloria col nome d’arte di Pupo. I La Bionda mi chiesero come caspita facessi a suonare con quello schifo che avevo in mano, e risposi loro col massimo candore che non potevo permettermi altro… Mi hanno accompagnato in un bellissimo negozio di articoli musicali e mi hanno regalato una chitarra favolosa, che ho ancora adesso e venero come una santa reliquia.


Ho inciso “Il mondo alla rovescia”, dieci canzoni. Era il 1977. Ma il mercato, di cantautori impegnati, ai tempi, era stracolmo. Mancavano, invece, cantanti per bambini; Cristina D’Avena non esisteva ancora, e volevano me per quella fascia di mercato. Anche perché, di filastrocche, potevo sfornarne anche cinque o sei al giorno con una facilità estrema. Ma non ho accettato. Cantavo cose impegnate alla De Andrè, che vado a cantare, i Puffi? Ma per favore!
Mi sono divertita, ci ho guadagnato una bellissima chitarra, ma la cosa è finita lì. È stato un bel gioco, e basta.
Mi sono sposata incinta per andarmene di casa, sposata coi vestiti che avevo addosso e basta. Sposata con un disgraziato, geloso e violento, pur di andarmene: una vita di stenti e d'inferno. Soldi per i libri non ce n'erano, dovevo pensare al bimbo, e si faceva fatica perfino a fare la spesa. E quando il mondo dove vivi non ti piace più, ne inventi un altro; le favole che ti racconti la sera per addormentarti e non pensare che non hai mangiato. I libri che volevo, ho iniziato a scriverli da sola. La storia che avresti sempre voluto leggere e nessuno ha mai scritto.
Il tempo passa. Divorzio dal primo disgraziato e ne trovo uno peggiore. Io continuavo a scrivere. I figli sono diventati due. I lavori che ho fatto per sopravvivere sono diventati mille. Parrucchiera, cartomante telefonica, vendita porta a porta, baby sitter, dog sitter, stiratrice, cuoca a domicilio, lavori di bricolage domestico, autista privata, ricamatrice, stiratrice, ripetizioni ai ragazzi delle medie, badante, spesa a domicilio e tanti altri. Poi tornavo a casa e spaccavo la legna per la stufa, sbiancavo i muri, costruivo i mobili con sega, martello, cacciavite e black e decker; ho messo insieme un impianto elettrico, e durante tutto questo ho cresciuto i figli.
I romanzi scritti sono diventati nove. Mai fatti vedere a nessuno, perché gli editori, se sono scritti a mano non li vogliono.
Quattro anni fa ho trovato un posto come badante presso la suocera di un architetto. Un giorno questi mi dice che, per principio, non legge libri scritti da donne, in quanto li trova troppo melensi e sdolcinati. Gli porto uno dei miei lavori e gli dico: bene, leggi questo, l'ho scritto io. Nonostante fossero più di quattrocento pagine scritte a mano, l'ha letto d'un fiato. Poi mi ha regalato un vecchio computer che teneva in montagna e mi ha detto: copialo e presentalo a qualcuno. È veramente bello.

Che dire... Ammiro molto Erika il tuo coraggio e la tua determinazione nel portare avanti le tue passioni e ti auguro un grandissimo in bocca al lupo per la tua carriera da scrittrice!

2 commenti:

  1. ahahah Erika è sempre divertente con le sue battute a volte anche un po' pungenti, soprattutto sul mondo editoriale :P complimenti per questa intervista!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono d'accordo con te. Anche io mi sono divertita molto a leggere le sue risposte

      Elimina