sabato 8 marzo 2014

Festa dell'8 Marzo

In occasione della festa dell'8 Marzo ho deciso di farvi un regalo. Un RACCONTO ROSA dedicato a tutte le donne romantiche.



UN UOMO INSOPPORTABILE
di Manuela Dicati


-Dai Cam, non puoi darci buca.-
-E no. Dare buca significa aver accettato qualcosa e disdire all’ultimo momento. Io non ho accettato un bel niente.-
-Ma non puoi non venire. Ci saremo tutte.-
Caterina era la sua migliore amica ma sapeva essere veramente snervante quando ci si metteva.
-Non ho la minima intenzione di venire a una squallida serata in un ristorante per festeggiare la festa della donna.-
-Ma dopo ci sarà lo strip.-
-Appunto.-
-E dai.-
-No, no e no. Cos’è che non capisci?-
-Fa come ti pare ma non sai cosa ti perdi.-
-Io invece non capisco dove sia il divertimento. L’8 Marzo in giro per quei locali ci sono solo donne oche o ragazzi arrapati che vogliono rimorchiare. Non ci tengo minimamente. Per vedere cosa poi? Un bel ragazzo che si denuda. E capirai.-
-Quando fai così sembri una puritana. Hai 25 anni cazzo, datti una mossa. O forse sei lesbica e non ce lo hai mai detto?-
-Ma smettila una buona volta e chiudiamo il discorso una volta per tutte.-
-Stronza.-
-Oca.-
-Bigotta.-
-Troia.-
-Verginella.-
-Troia.-
-Ah ah, già detto. Ho vinto io. Fa come ti pare allora. Ma se creperai di invidia quando domenica ti racconterò come è andata la serata non dire che non eri stata invitata.-
-Lungi da me. E comunque non ci tengo a sapere come è andata.-
-Fa lo stesso. Ci sentiamo domenica.-
Finalmente Caterina riattaccò il telefono. Le faceva male l’orecchio per essersi sorbita tutte le sue chiacchiere ma a parte quell’esuberanza e quel pizzico di pazzia che la contraddistinguevano, era una cara ragazza e un’amica fidata. Ma per nessuna ragione al mondo sarebbe andata con le sue amiche a festeggiare la festa della donna in un ristorante con spettacolino maschile come dessert. Non lo aveva mai fatto e non avrebbe iniziato proprio ora.

Sabato arrivò in fretta e Camilla non vedeva l’ora che la giornata fosse finita. Lei avrebbe passato la serata in casa, magari guardandosi un bel film con un bel piatto di pop corn caldi. Non le dispiaceva trovare il solito mazzolino di mimosa sulla sua scrivania la mattina quando entrava nel suo ufficio, regalo dei colleghi maschi a tutte le donne; non la irritava il dono del benzinaio, del parrucchiere o del piccolo supermercato a conduzione familiare sotto casa, ma per lei tutto si fermava lì. Il vero significato della fsta della donna era tutt’altro che andare a sbavare dietro a uomini mezzi nudi.
Uscì dal lavoro alle sei del pomeriggio e dopo aver fatto spesa e benzina, ritornò al suo appartamento con ben tre mazzettini. Il profumo delle mimose invase subito l’ingresso e lo stretto abitacolo dell’ascensore e a lei piaceva parecchio. Anzi a dirla tutta era uno dei suoi fiori preferiti tanto che ogni anno aveva sempre a portata di mano un bel vasetto per mettere a bagno quei piccoli omaggi. Così fece anche quella sera. Poi si cambiò mettendosi comoda in una tuta morbida e larga che usava per stare in casa a rilassarsi e iniziò a prepararsi la sua cena solitaria.
Erano le nove quando finalmente si sdraiò sul divano e accese la televisione con in grembo il suo piatto di popcorn caldo e salato al punto giusto. Un po’ di zapping e finalmente qualcosa di interessante da vedere. Una bella commedia romantica con Sandra Bullock e Hugh Grant; già vista ma sempre piacevole. Sì, quella era la serata ideale per il suo concetto di 8 Marzo.

La suoneria del cellulare la risvegliò di soprassalto. Doveva essersi addormentata e il dolore al collo che sentì quando cercò di sollevarsi dal divano e dalla scomoda posizione in cui stava sdraiata glielo confermò. Guardò l’orologio. Era mezzanotte. Chi poteva chiamarla a quell’ora? Cercò il telefono e prima di rispondere guardò il display: Caterina.
-Cate, non ho nessuna intenzione di sentire i tuoi resoconti erotici a quest’ora.-
-Signorina Camilla?-
Non era Caterina, ma un uomo, con una voce molto calda e profonda tra l’altro. Che cosa era successo?
-Sì sono io. Che succede, dov’è la mia amica? Le è successo qualcosa?-
-Va tutto bene signorina. La sua amica ha solo alzato un po’ il gomito e non mi sembrava il caso di farla guidare per tornare a casa. Mi ha detto lei di chiamarla.-
-Ma è sola? Non ci sono le altre?-
-Credo che siano tutte nella stessa condizione.-
-Cazzo, cazzo, cazzo.-
Una risata dall’altra parte le ricordò che stava parlando con un estraneo.
-Scusi. Mi dica dove sono, le vengo a prendere.-
L’uomo le diede l’indirizzo e il nome del locale.
-Sarò lì fra un quarto d’ora. Grazie della telefonata.-
-La aspetto.-
Camilla infilò le scarpe, la giacca, prese la borsa e uscì di corsa. Arrivò nel posto indicato in dieci minuti estremamente seccata, per non dire infuriata con quelle incoscienti. Quando entrò si accorse che il locale era ancora nel bel mezzo del suo triste spettacolino danzante. Dei ragazzi vestiti succintamente si muovevano provocanti sopra un palco in fondo alla sala mentre un branco di oche urlanti sforzava le corde vocali e si dimenava selvaggiamente per farsi notare dai ballerini. Patetiche!
Scrollò la testa disgustata e ritornò al motivo per cui era lì. Si guardò intorno ma non riusciva a vedere le sue amiche. Stupidamente non si era fatta nemmeno dire il nome dell’uomo che aveva chiamato ed ora non aveva idea a chi doveva rivolgersi. Andò al banco del bar antistante la zona ristorante e chiese al barista, alzando la voce per superare il volume della musica.-
-Mi scusi. Mi chiamo Camilla e sono stata chiamata poco fa da un uomo per venire a riprendere delle mie amiche un po’ ubriache. Per caso sa dirmi a chi posso rivolgermi?-
Il giovane scrutò il suo abbigliamento e poi con un sorrisetto storto le indicò un ufficio a lato della sala. Camilla si sentì in imbarazzo rendendosi conto solo allora come dovesse sembrare a chi la guardava dall’esterno: spettinata, struccata, in tuta, con le scarpe da ginnastica, di sabato sera in un ristorante in cui si festeggiava la festa della donna. Si sentì piccola e fuori posto ma cercò di fare finta di nulla.
-Chiedi a Roberto. E’ il proprietario e probabilmente è stato lui a chiamare.-
Camilla si diresse verso l’ufficio. La porta era socchiusa, così bussò e poi si fece avanti. Tanto con quel frastuono non avrebbe mai sentito se gli avessero detto o meno di entrare.
L’uomo nell’ufficio si girò e prima che lei potesse aprire la bocca si ritrovò scrutata per la seconda volta in pochi minuti, esaminata da capo a piedi. Questa volta però non provò solo imbarazzo. L’uomo davanti a sé aveva pochi anni più di lei ed era maledettamente affascinante. Non era l’uomo più bello che avesse mai visto eppure emanava un qualcosa che la catturò mandandola in totale confusione. Moro, occhi azzurri così intensi da farle girare la testa e quando si alzò notò anche le spalle larghe e l’altezza al di sopra della media.
Ci mise un po’ per formulare un pensiero coerente e ancor più per ritrovare la voce.
-Serve qualcosa?-
-Io… ecco…-
L’uomo sorrise e questo la fece cadere ancor più nell’abisso della confusione.
-Sì?-
Camilla si schiarì la voce e riuscì ad articolare una frase di senso compiuto, l’importante era che quel ragazzo non si avvicinasse più di quello che non avesse già fatto. E come la stava guardando… santo cielo si sentiva avvampare in ogni punto in cui si posava il suo sguardo come se la stesse accarezzando.
-Sono Camilla. Non so se è stato lei a chiamarmi poco fa. Sono qui…-
-Certo, le sue amiche. Vieni ti porto da loro.-
Le si avvicinò e le posò una mano sulla base della schiena guidandola all’interno del locale e quel contatto bastò per scatenarle un brivido lungo la spina dorsale. Camilla sperò ardentemente che non se ne fosse accorto.
Poco dopo non ebbe più modo di pensare a nient’altro che non fossero le sue tre amiche.
Roberto la guidò sul retro del locale dove le tre ragazze se ne stavano ubriache perse in compagnia di un uomo che doveva essere una specie di buttafuori.
Quando Caterina la vide scoppiò a ridere ma non disse nulla, mentre le altre due erano troppo sbronze perfino per quello.
-Ma che è successo?-
-Credo che sia abbastanza chiaro. Hanno bevuto troppo. Sono salite sul palco e hanno iniziato a palpeggiare i ballerini. Sono dovuto intervenire e portarle qui.
-Santo cielo. Va bene ragazze, vi riporto a casa.-
-E’ da sola? Non ce la può fare. Due di loro non si reggono in piedi.-
-In qualche modo farò. Basta che mi aiutiate a salirle in macchina.-
-Per quello non c’è problema. Però dovresti prima pagare il conto.-
-E ti pareva. Ok, quanto.-
-200.-
-Cosa? 200 euro per una cena per tre?-
-Cena e spettacolo.-
-Io ora non li ho. Posso lasciarne la metà e il resto domani. Mi spiace sono uscita di corsa e non pensavo di dover pure pagare.-
-Ehi, non guardarmi così. Non le ho fatte sbronzare io.-
-E certo, li ho serviti io gli alcolici.-
-E’ solo mezzanotte. Non ho infranto nessuna legge servendo loro dell’alcool.-
Camilla sbuffò e decise di lasciar perdere il commento maligno che le era venuto in mente. Non sarebbe servito a nulla.
-Senta, o accetta i 100 e il resto domani o dovrà venire con me a casa per avere il resto questa sera.- Ovviamente non diceva seriamente ma quel tizio la pensò diversamente.
-Va bene. Allora ti accompagno.-
-Cosa? Sta scherzando. Lei non può.-
-Certo che posso. Prendo i 100 e in più ti aiuto con loro.-
-Non se ne parla.-
-O così o chiamo la polizia.-
-Come se avessero del tempo per queste stupidaggini.-
-Scommettiamo? Ho un amico che non mi rifiuterebbe un favore.-
Camilla aveva una gran voglia di cancellargli quel sorriso dalla faccia con una bella ginocchiata tra le gambe ma dopo la polizia avrebbe avuto un motivo in più per intervenire. Non le restò che cedere al ricatto, anche perché dubitava fortemente di riuscire a portare a casa quelle tre tutta da sola e non sapeva chi chiamare per farsi aiutare.
-E va bene.-
Roberto chiamò due camerieri che aiutarono le sue amiche a salire in macchina e poi diede disposizioni per mandare avanti il locale durante la sua assenza.
-Prendo la macchina e ti seguo.-
Camilla entrò sbuffando nella sua auto e dentro di sé iniziò a imprecare e maledire quelle tre stupide per averla ficcata in quella situazione. Caterina questa volta l’avrebbe pagata molto cara e non solo per i 200 euro che si sarebbe fatta restituire con gli interessi.
Ci misero tre quarti d’ora per accompagnare le sue amiche e quando anche l’ultima fu sistemata Roberto le si parò davanti.
-Bene, ora possiamo andare a recuperare i miei soldi.-
Camilla fremeva dalla rabbia e Roberto dovette accorgersene. Le si avvicinò e le carezzò dolcemente una guancia. Nonostante l’attrazione e i brividi che il gesto le procurò innalzò le sue difese e gli scostò rudemente la mano.
-Ehi, scusa. Non avevo cattive intenzioni.-
-Tieni giù le mani. Non so per chi mi hai preso ma non osare toccarmi.-
Invece che rimetterlo a posto le sue parole lo fecero sorridere e questo la mandò in bestia.
-Facciamo invece così. E se fossi io a chiamare la polizia?-
-E per quale motivo?-
-Forse perché un uomo mi sta molestando e sta cercando di entrare in casa mia ricattandomi.-
Per un attimo Roberto sbiancò e poi la rabbia gli invase lo sguardo.
-Non oseresti.-
-Scommettiamo?-
-E va bene, non ti tocco, ma vengo comunque a casa tua a prendere i miei soldi. E non entrerò in casa, ma ti aspetterò fuori.-
-Mi sembra un buon compromesso.-
Roberto sbuffò e risalì sulla sua auto. Camilla, contenta per quella vittoria si mise alla guida fischiettando e si diresse verso casa. Mentre percorreva i pochi kilometri che mancavano a casa sua però una strana agitazione la colse. Forse era stata troppo dura con Roberto. In fondo non era suo dovere chiamarla per andare a riprendere le sue amiche. Ed effettivamente senza il suo aiuto sarebbe stato molto difficile riportarle a casa. Le aveva fatto solo una carezza e nient’altro. Ma che andava a pensare? Stava per portare un estraneo sotto casa sua. No, no, aveva fatto benissimo a mettere le cose in chiaro.
Arrivata sotto casa parcheggiò e lo stesso fece Roberto.
-Vado e torno.-
Lui nemmeno rispose ma incrociò le braccia sul petto appoggiandosi al muro e sbuffando evidentemente ancora arrabbiato per poco prima. Meglio così, non si era mai troppo prudenti.
Camilla corse in casa, prese i soldi e poi scese per le scale sempre di corsa desiderosa di chiudere quella storia il più in fretta possibile.
Accadde tutto in un attimo. Un piede in fallo, la mano che mancò la ringhiera e l’ultima rampa fatta rotolando pesantemente a terra.
-Cazzo Cam, stai bene?-
Camilla aprì gli occhi e vide Roberto che la guardava preoccupato mentre con le mani le percorreva tutto il corpo. Maledizione! Nonostante la caduta, nonostante si sentisse tutta dolorante, il suo corpo traditore rispondeva a quel tocco che non voleva in nessun modo essere sensuale e seducente. Ma lo era, almeno per lei.
-Smettila di toccarmi e non chiamarmi Cam.-
-O piantala! Non sono un maniaco né uno stupratore. Mi chiamo Roberto Mantovani, ho 30 anni e abito in Via Cavour al numero 5. Sono figlio unico e possiedo il ristorante che hai visto stasera. Ti basta? Ora dimmi dove ti fa male.-
-Neghi che volevi provarci?-
-Certo che volevo provarci e qualunque uomo lo avrebbe fatto visto il modo in cui mi hai guardato quando sei entrata nel mio ufficio.-
-Io non…-
-Oh, non negarlo. Mi spogliavi con gli occhi e nessun uomo etero e sano avrebbe ignorato il messaggio. Se fossi stato un tipo diverso ti sarei saltato addosso direttamente in quel momento.-
Camilla si sentì morire ma almeno era sincero.
-E così hai pensato bene di inventarti la balla dei soldi per provare a infilarti nel mio letto.-
-Il fatto che desideri portarti a letto non significa che ci avrei provato… Almeno non stasera.- Aggiunse a bassa voce. -Volevo solo stare un po’ con te e magari strapparti un bacio. Lo giuro. Ora dimmi dove ti sei fatta male.-
Camilla lo scostò rudemente e cercò di alzarsi in piedi ma una fitta al ginocchio la fece barcollare e… Merda! Se Roberto non l’avesse presa al volo, sarebbe caduta a terra. Forse era il caso di sotterrare l’ascia di guerra.
-Ora basta!- Sbottò lui.
La prese in braccio e a passi veloci si diresse verso l’ascensore.
-Che vuoi fare?-
-Ti porto in casa o all’ospedale, decidi tu, ma di sicuro non me ne vado.-
-In casa va bene, non credo di avere nulla di rotto. Mi fa male solo il ginocchio.-
Gli diede le indicazioni per il suo appartamento e in men che non si dica si ritrovò stesa sul suo letto con un affascinante ragazzo che si prendeva cura di lei.
-Hai il fiatone stallone? Allora non sei così in forma.-
-Sei tu che sei una falsa magra.-
-Complimenti. E’ così che pensi di infilarti nel mio letto?-
Ma che le era venuto in mente di dire? Perché lo aveva provocato? Forse aveva battuto anche la testa. In pochi istanti l’atmosfera cambiò. Lo sguardo di Roberto si fece intenso, infuocato, tanto che Camilla si sentì nuda. La temperatura della stanza salì di qualche grado e lei dovette raccogliere ogni briciola di autocontrollo per mantenere il respiro regolare e il battito entro limiti accettabili.
-Lo stai facendo di nuovo… Cam.-
Accidenti a lui. Quel diminutivo con cui la chiamavano quasi tutti i suoi amici, su quelle labbra piene e sensuali era come miele e la fece fremere di desiderio. Alle sue orecchie suonò come una richiesta e allo stesso tempo una promessa.
Senza rendersene conto si protese verso di lui e un istante dopo sentì le sue labbra sulle proprie. Erano calde, morbide ed esigenti, ma incredibilmente dolci. E Camilla perse il controllo. Al diavolo! Per la prima volta in vita sua si lasciò andare a quelle meravigliose sensazioni senza pensare, senza porsi mille domande, senza ascoltare i suoi dubbi. Rispose al bacio con passione avvinghiandosi al suo collo, aderendo con il suo corpo a quello di lui che nel frattempo le si era steso sopra, carezzando, esplorando, affondando le dita tra i suoi capelli mentre con la lingua impegnava una danza d’amore sensuale ed estremamente erotica. Sentì Roberto gemere di desiderio, mentre lasciava scendere titubante una mano per chiuderla a coppa sul suo seno. Con l’altra l’afferrò per il sedere e la spinse forte contro di sé. Camilla era sempre più eccitata e ormai non le importava niente che Roberto fosse praticamente un estraneo che aveva conosciuto solo un’ora prima. Ardeva dal bisogno di lui e non esitava a farglielo capire carezzandolo lungo la schiena, infilando le mani sotto la maglietta per toccargli il petto e l’addome. La mano di Roberto si spostò dal suo seno per scendere dolce e possessiva lungo i fianchi fino ad arrivare all’allacciatura della tuta per tirarla con forza nel tentativo di allentarla. L’attesa la stava uccidendo ma nello stesso tempo era una dolce tortura. Quando le dita di Roberto si infilarono dentro i suoi pantaloni e superarono anche l’elastico degli slip Camilla si inarcò allargando le gambe per facilitargli l’accesso mentre freneticamente correva verso la zip dei suoi jeans. In quel momento, quando tutto il suo mondo era focalizzato sul piacere che le stava divorando la ragione e i sensi, una fitta lancinante al ginocchio le strappò un urlo e veloce come un fulmine il dolore cancellò tutto il piacere.
-Cazzo. Scusami Cam.-
Senza tanti preamboli Roberto le tirò giù i pantaloni lasciandola in slip e le osservò il ginocchio.
-Ehi!-
Camilla, imbarazzata, cercò di coprirsi con la coperta, ma Roberto non glielo permise.
-Oh smettila. Ancora un altro minuto e ti avrei spogliata e non avresti avuto niente da dire. Quindi stai zitta e fammi vedere il tuo ginocchio.-
Quell’uomo era impossibile. Autoritario e arrogante e che Dio l’aiutasse, le piaceva da morire. Inutile negarlo.
-Si sta gonfiando ed è viola. Ci vuole del ghiaccio.-
Uscì come un razzo diretto in cucina e un minuto dopo le posava i cubetti freddi avvolti in uno straccio sulla parte contusa. Poi le si sdraiò di fianco e la abbracciò stretta.
-Allora queste sono le condizioni.-
-Condizioni?-
-Certo. Prima di tutto appena ti sentirai meglio e avrai riposato riprenderemo da dove abbiamo interrotto. Seconda cosa, da domani inizieremo a uscire insieme per conoscersi meglio e terza cosa da adesso considerati mia, quindi scordati di vedere altri ragazzi. Sono estremamente convinto che tu sia la donna della mia vita e non intendo dividerti con nessuno.-
Avrebbe dovuto infuriarsi, avrebbe dovuto sbatterlo fuori di lì e mandarlo a quel paese, avrebbe dovuto dire tutto meno quello che le uscì dalle labbra poco dopo.
-Sì.- E un sorriso luminoso trasformò il volto dell’uomo che le aveva appena rubato il cuore.
-Sai, credo di essermi già riposata abbastanza.-
-Sapevo che saremmo andati d’accordo.-
Un istante dopo erano entrambi seriamente impegnati ad adempiere al primo punto della breve lista di condizioni che avevano appena approvato. E Camilla si sentì completamente e irrimediabilmente felice.

FINE

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